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Evento in corso

  • Alberto Ziveri dipinti e disegni

    dal 26 Gennaio 2012 al 26 Febbraio 2012

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    La galleria Incontro d’arte è lieta di presentare la mostra di dipinti e disegni in ricordo di Alberto Ziveri.
    Quattordici opere che rientrano nella produzione fine anni trenta inizi anni ottanta. Uomini, donne, prostitute, cuochi, circensi, polli, oggetti, finestre. Inoltre una serie di disegni a china e carboncino
    esposti per la prima volta: giostre, mercati, mendicanti, musicisti, treni, tram.

    La mostra si inaugura giovedì 26 gennaio 2012, alle ore 18.00.
    Sarà visitabile dal lunedì al sabato dalle ore 16.30 alle 19.30.
    Fino al 26 febbraio 2012.

    “Quando dipingo, la tavolozza diventa per me come la tastiera di un pianoforte, si “suona” spontaneamente senza guardare i colori. E come per la musica anche per la pittura il problema è quello di trarre dalla realtà e dal colore il loro senso segreto, che è ritmo e armonia”.
    Alberto Ziveri.


    Biografia

    Alberto Ziveri nasce il 2 dicembre 1908 a Roma, in Via Conte Verde 31, dietro a piazza Vittorio. La sua famiglia paterna è originaria di Parma. Nel 1929 ottiene il diploma al liceo artistico, tra i suoi maestri Antonio Calcagnadoro. Lavora alla bottega di decorazione di Giulio Bargellini e conosce Marcello Piacentini. E’ vicino a Guglielmo Janni, anziano pittore e pronipote di Giocacchino Belli. Consegue l’abilitazione all’insegnamento del disegno e frequenta la scuola libera del nudo. In quegli anni il liceo artistico è frequentato, tra gli altri, da Mario Mafai, Scipione e Antonietta Raphaël.
    Inizia a esporre nel 1928, alla società amatori e cultori di belle arti di Roma. Sarà poi presente con alcune opere alla prima e alla seconda mostra del sindacato laziale fascista degli artisti a palazzo delle esposizioni a Roma, nella stessa sala di Mafai, Scipione e Antonietta Raphaël. Sempre nel 1929 conosce Pericle Fazzini, suo grande amico.
    Il 1930 lo vede alla quarta triennale di Milano con due pannelli decorativi – una “casa del Poeta” -, insieme a Fazzini e Luigi Moretti.
    Nel 1931 prende parte alla prima quadriennale d’arte nazionale a Roma, a palazzo delle esposizioni, con Studio all’aperto.
    Nel 1933, a ventiquattro anni, espone con Pericle Fazzini alla galleria Sabbatello in Via del Babuino a Roma. Tra le opere esposte: Il galoppatoio e Villa Borghese. Corrado Cagli scrive: “Da una passione tormentosa e da un travaglio ossessionante Ziveri trae una pittura rasserenante”.
    Nel 1935 partecipa con cinque opere, tra cui Morte di un giovane, alla exhibition of contemporary italian painting a San Francisco, insieme ad altri pittori tonalisti romani. Sempre in quell’anno è alla seconda quadriennale d’arte nazionale a Roma con tre opere di grandi dimensioni, tra cui la Famiglia Castellucci. Nel quadro è rappresentata la famiglia di Katy, giovane pittrice romana amata in quegli anni. Ad ottobre il quadro Giovani in riva al fiume prende parte all’esposizione d’arte italiana di Budapest.
    Nel 1935 Ziveri è accolto come professore di disegno e decorazione al museo artistico industriale di Via Conte Verde a Roma, diretto da Alberto Gerardi; un impegno che manterrà fino alla pensione.
    Nel 1936 donna Letizia Pecci Blunt lo chiama per un’esposizione alla galleria La Cometa a Roma. A curare il catalogo è Roberto Melli, teorico del tonalismo e padre spirituale del gruppo Capogrossi, Cagli, Janni, Pirandello, Ziveri.
    Nel settembre 1936 partecipa per la prima volta alla biennale internazionale d’arte di Venezia con le opere Giovani atleti, Giovane con guanto e Ritratto; nella sala il gruppo romano al completo con Janni, Cagli, Capogrossi, Guttuso, Afro e Mirko.
    Nel 1937 parte per visitare la grande esposizione internazionale di Parigi. Il viaggio è occasione di profonda riflessione interiore e di maturazione pittorica. Ziveri annota: “Nell’anno 1937 compii il mio primo viaggio all’estero: Francia, Belgio, Olanda (… ). Andai a Parigi grazie ai proventi di alcune vendite. C’era la grande esposizione internazionale (vidi montare Guernica). Le mie giornate trascorrevano intense tra i musei e le vie della città. Il primo quadro che studiai al Louvre fu il Déjeuner sur l’herbe di Manet, all’inizio mi parve bellissimo, ma poi ci trovai dei difetti: era troppo simile all’incisione di Marcantonio Raimondi e gli occhi erano privi di espressione, non guardavano da nessuna parte. Poi iniziai lo studio di Tiziano, Rembrandt, El Greco, Courbet e Delacroix, che divennero da allora i miei maestri. Della città mi colpirono soprattutto i mercati delle Halles, con le grandi tettoie di ferro, i carretti con le ruote pesanti trainati da enormi cavalli da tiro.
    Anche in Belgio e in Olanda, dove mi recai in seguito, ho imparato molto, non solo da Rembrandt e Vermeer ma anche da tutti gli artisti olandesi e fiamminghi a torto considerati “minori” che vanno a fondo nella realtà del loro mestiere. Furono questi incontri a causare intorno al 1938 il cambiamento della mia pittura. Caravaggio, così come spesso citato a proposito dei miei quadri di quegli anni, non ha avuto molta importanza.
    (…) Fui sedotto da Parigi: ne percorrevo le strade, i sobborghi con l’ansia di non dimenticarne nessun aspetto. Nella congestione di certi ambienti di lavoro e di afflusso umano scoprii una vita fino ad allora non conosciuta, dalla cui violenza di attrito non potevano che nascere che altrettanti sogni di violenta visione espressionistica. Era il mio primo contatto con un paese libero. Il Louvre mi piaceva da quegli attriti ogni volta che vi entravo, con esempi di opere supreme, di artisti di vita forte, spiccia, realista. (…).
    Visitai poi Anversa e Bruxelles, sospinto dalla curiosità per la vita di quella gente fiamminga, di quei caratteri ancora vicini alla kermesse di Rubens e a quello spirito satirico e vivace di Brueghel e di Teniers. Mi convincevo sempre di più di quanto la vita umana sia profondamente varia e interessante.
    Infine raggiungo Harem, dove l’incontro con gli olandesi sembra risvegliare nel segreto della mia psiche un qualcosa di intimo, di vita segreta, di visione reale, una realtà gustosa e penetrante e sensuale. Capii la lezione realistica della scuola olandese, nel ritratto, non simbolo, ma uomo o donna di vita pratica e intima”.

    Nel 1938 partecipa con undici opere alla XXI biennale internazionale d’arte di Venezia, tra queste spiccano: l’Autoritratto con armonium e il Riposo. Ziveri annota:“Ora Marchiori mi invitò. Ma il risultato della sala non mi soddisfece e staccai tutti i quadri. Fu Mario Mafai a insistere per riattaccarli”. Virgilio Guzzi ricorda: “La sua pittura appare molto diversa, ispirata da una musa notturna” e, già allora si mostrava “con un chiaroscuro alla Greco”.
    Nel 1939 Ziveri prende uno studio in Via dell’Anima, dietro piazza Navona. Nello stesso anno la prima apparizione romana del nuovo Ziveri alla III quadriennale d’arte nazionale a palazzo delle esposizioni lascia tutti disorientati.
    Nel 1940 è presente con sette opere - Faustina, Lelò, Pietro, Figura, Lettura, e due Paesaggi - alla XXXI mostra della galleria di Roma, insieme a Fazzini, Guttuso, Guzzi, Montanarini, Tamburzi, tutti al di sotto dei trent’anni.
    Nel 1942 Ziveri espone alla X mostra del sindacato fascista di belle arti del Lazio, alla nuova sede della galleria nazionale d’arte moderna, insieme a Mafai, Capogrossi, Afro, Mirko, Mazzacurati. Partecipa inoltre alla XXIII esposizione biennale internazionale d’arte di Venezia con un solo quadro, La donna con il velo. In quell’anno incontra Nella, una giovane modella friulana, che diventerà la sua compagna per la vita e poserà per molti quadri.
    Nel 1943 Ziveri partecipa alla quadriennale “di guerra” di Roma con le opere Giuditta e Oloferne, Baracconi, Le stalle, Ritratto, Fiori, Cocomeraro, Nudo, e Carrettino Ambulante. Vince il terzo premio per la pittura. Nello stesso anno Ziveri richiamato alle armi, annota:“I timori dei bombardamenti, l’ansietà che i tedeschi provocavano con i loro sterminii e le razzie e i campi di concentramento davano un mutismo nell’animo che ci rendeva avviliti e insospettiti di tutto. Si attendeva la liberazione con ansietà”.
    Nel 1945 vince il premio Matteotti a Milano.
    Del 1946 è la sua personale alla galleria di Roma, con ventisette quadri (e sedici incisioni), tra cui: Paesaggio periferico, Terrazza, Piazza Navona, Pugile, Danae, Bersagliere, Guardia Svizzera, Clepoatra, Modella nello studio, Circo. E’ un momento particolarmente vivace per la scena artistica romana.
    Nel 1946 a Milano, nella vetrina di Montenapoleone, alla galleria del Camino, espone Il Cavalleggero, la Donna con grammofono, e poi soldati, prostitute e pagliacci.
    Nel 1948, finita la sospensione del tempo di guerra, Ziveri è invitato alla XXIV biennale d’arte di Venezia, alla quale partecipa con tre opere: Pittrice, Capolinea, Carro francese. Nello stesso anno partecipa ad una mostra alla galleria Giosi di Roma, insieme a Gentilini, Greco, Monti, Omiccioli, Perotti, Pirandello, Purificato, Stradone, e Tamburi.
    Nel 1949 Ziveri compie un viaggio in Spagna, rimane colpito dalla realtà umana e dalla pittura di El Greco, Goya, Velazquez. Su Goya annota: “Goya dà sorprese – ma di forte mordente – essendo egli di natura prepotente e senza ritegno. (…) La sua libertà, la sua euforia non hanno controllo, nessuno gli si può opporre”. Su Picasso afferma: “Picasso è un fiume, ha divelto qualunque motivo interno o esterno, che poteva essere investito dalla sua eccitante corrente”.
    Nel 1950 espone tre opere alla XXV biennale internazionale d’arte: Ritratto, e due Paesaggi romani. Ricorda De Angelis: “Ho penato quindici anni per vedere i quadri del pittore Alberto Ziveri: non quelli che, di tempo in tempo, espone in rare mostre che tutti possono agevolmente ammirare; gli altri quadri, quelli che egli nasconde in un ripostiglio del suo studio – abbozzati o comunque non finiti (…). Comunque, eccomi nello studio in Via dell’anima 59, proprio dietro piazza Navona, tutelato dal bamboccio consunto di Pasquino, e che fa da centro tra Via del Governo Vecchio sino ai ponti del Tevere (…). Alberto è romanaccio, e come adopera il suo dialetto! (…). Fronte stretta, naso uncinato, occhi fuor dell’orbita, rotondi, fanciulleschi, mano corta, si vede dai capelli indisciplinati che Ziveri ha un temperamento e ardore che lo ecciteranno per tutta la vita: la sua inquietudine lo incanta; allora inforca la bicicletta e va via verso la periferia, la campagna”.
    Nel 1952, alla VI quadriennale nazionale d’arte di Roma, Ziveri porta nove tele: San Giovanni, Interno, Obelisco Axum, Ritratto della famiglia Natale, Mattatoio, Gianicolo, e tre Nature morte.
    A giugno, è alla biennale di Venezia con quattro opere: la Samaritana, la CorridaI e II, e il Ponte Palatino.
    Nel 1953 espone alla mostra di arte italiana di Atene.
    Nel 1954 Ziveri concorre al premio Marzotto, a palazzo Reale a Milano, con Faustina, i Fiori e la Pollaiola e vince un premio. A giugno partecipa alla biennale di Venezia con le Cupole di Roma, la Donna con l’ombrello, il Nudino, e due paesaggi di campagna francese. Nel 1955 partecipa ad una delle prime mostre di arte italiana in Giappone.
    Nel 1956 Ziveri è invitato alla XXVIII biennale d’arte internazionale di Venezia con ventuno tele, tra cui: la Senna, Processione spagnola, Mercato spagnolo, Campagna Emiliana, Ritratto, Interno, Ravanelli, Paesaggio friulano, Donna con pappagallo, Telefonata, Capolinea, Lezione di canto, Autoritratto, Asparagi, Tigli, Mercato, Alberi, Chiusa sulla Senna, e Processione. Roberto Longhi scrive di lui: “Salvo errore, Alberto Ziveri, che pochi in Italia conoscono, pochissimi sanno collocare sul piano che gli tocca, è il realista più realizzato della biennale di quest’anno”.
    Nel 1960 Ziveri partecipa alla VIII quadriennale nazionale d’arte di Roma, accanto a Raphaël, Scialoja e Stradone. In tale occasione espone il Ritratto di Francesco Grandjacquet, La lettura, La Rissa, Piazza Vittorio, Cocomeraio. Nello stesso anno espone una quarantina di opere alla galleria La nuova pesa di Roma: dalla Donna che si trucca, al Postribolo e a Giuditta e Oloferne.
    Dal 1963 al 1966 è incaricato di pittura all’Accademia di belle arti di Napoli.
    Del 1964 è una mostra importante alla galleria La nuova pesa che vede un testo di Alberto Longhi nella presentazione del catalogo. Tra le opere esposte si notano la Visita al museo, la Macelleria e i Fiori. Renato Guttuso gli scrive: “Amo moltissimo i tuoi Fiori, moltissimo il paesaggio con la casa in controluce, e sopratutto la macelleria. Quel mezzo capretto è dipinto in modo straordinariamente vivo e potente. Ci hai dato una lezione caro Alberto, di serietà, di lavoro, di coscienza, di amore dell’arte. E te ne dobbiamo ringraziare con tutto il cuore”.
    Nel maggio del 1965 vince a Firenze il premio “Fiorino”, con il dipinto il Cortile.
    Nel 1967 vince la cattedra a Palermo, poi all’Accademia a Roma.
    Nel 1970 una mostra personale alla galleria il Fante di Spade a Roma raccoglie cinquanta opere che spaziano dalle campagne friulane e francesi, alle strade di Roma e Parigi, allo spazio dello studio. Dario Micacchi scrive di lui: “Quando Ziveri riesce a mescolare con il colore la sostanza stessa degli oggetti e l’aria e la luce, allora per lui comincia una vita con la propria pittura che è, forse più angosciosa che quando la tela è bianca”.
    Nel 1976 tiene ancora un’importante personale al Fante di spade a Roma, con una trentina di opere.
    Nel 1980 presenta una personale alla galleria Ca’ d’oro di Roma.
    Nel 1983 una mostra di incisioni all’Accademia di San Luca a Roma offre la visione di un lavoro sino ad allora quasi segreto. Antonello Trombadori sottolinea: “Un clamoroso inedito che emana dal fitto segno del bulino una luce così diretta, così chiara e semplificata da dimostrare a chi scivola sulle chine della transavanguardia e dell’anacronismo che è sempre cosa saggia tenersi ai tempi moderni con l’occhio attento al passato piuttosto che lasciarsi confondere fra le mille bolle blu dei neoavanguardismi pro e contro. “Bisogna strappare ai tradizionalisti il monopolio della tradizione” disse Pisolini. Ziveri strappa ai modernisti il monopolio del presente”.
    Nel dicembre del 1984 si inaugura a Roma alla galleria nazionale d’arte moderna una mostra di Ziveri insieme a Pericle Fazzini. Giulio Carlo Argan scrive di lui: “Ziveri è un narratore al modo di Gadda: si nasconde nella mediocrità dei suoi personaggi e li lavora dentro, ricavandoli, più che dal vero, dal disinganno della fantasia frustrata. Opera sul linguaggio, come Gadda appunto, e non lo cambia secondo un programma di diversa strutturazione, ma con un processo di condensazione che rende l’immagine più carica e sostanziosa del vero. Il suo non è un realismo di dominio, ma di resa alla realtà, senza il cupo furore di Goya e senza la beatificante chiarezza di Vermeer.
    La realtà non si ama né si odia, ci si è dentro e non si può cambiarla né liberarsene (…).
    Nella sua naturale modestia, insomma, Alberto Ziveri, non pensa il realismo come una concezione del mondo, ma come una categoria della pittura generalmente praticata dagli artisti che sono coscienti della povertà della loro condizione umana davanti all’enigma di una realtà di cui non li esalta la profondità o l’altezza, ma li sconforta la banalità senza scampo”.
    Negli ultimi anni di vita, ormai affermato, è rappresentato in rassegne importanti, si ricorda, tra le altre, l’esposizione alla Daverio gallery di New York del 1987, quella alla Haus der Kunst di Monaco del 1988, e la partecipazione a “Scuola romana” a palazzo Reale a Milano.
    Nel 1989 riceve da Natalino Sapegno il premio Viareggio, e presenta una nuova personale.
    Ziveri muore a Roma il 1 febbraio 1990.

    Testimonianze
    “Ziveri è stato un realista, cioè ha cercato di dare un senso concreto a questo che è il termine più abusato, frequente e frainteso della storia dell’arte. Fare realismo non vuol dire declamare sul bello o sul brutto del mondo, ma chiedersi non senza angoscia cosa sia mai quella realtà altra da noi di cui s’è fatta e si fa quotidianamente esperienza, e sempre ci si ritrova con le mani vuote. Non chi s’illude di possedere la realtà è un realista, ma chi se ne sente posseduto e cerca invano di liberarsi. Del realismo s’è stoltamente voluto fare, dopo la seconda guerra mondiale, un’insegna politica; ma certo Ziveri non ha mai preteso di aprirci gli occhi e additarci ad una strada, semmai ci ha associati al suo smarrimento e ai suoi furori repressi.
    Dei pochissimi realisti romani Ziveri fu senza dubbio il più taciturno e ostinato, ma anche il più vicino alla narrativa. Non poteva essere altrimenti, il realista non è un oratore, e poi non crede all’immagine, è pura illusione, preferisce fidarsi della parola e non ignora che è costituzionalmente ambigua, forse che non è ambigua anche la realtà? Non gli dispiaceva che io accostassi la sua condensata pittura alla prosa ponderata di Gadda: era altrettanto naturalmente garbata, ma d’un umor nero che talvolta un gesto di stizza incupiva e subito un barlume d’ironia schiariva. Fu sottilmente ironico anche con se stesso, Ziveri, forse perciò fu scarsamente capito. Com’era infine la sua pittura? Ovvia o inverosimile? Da quel realista che era, non ci spiegava nulla, silenziosamente guidava la nostra mano fino a sfiorare qualcosa alla cieca, perfino con qualche ribrezzo. Non ne sapeva più di noi,del resto; ma alla realtà che cercava tanto più si sentiva vicino quanto più l’ovvio gli pareva inverosimile e l’inverosimile ovvio”. 27.XI.1990 Giulio Carlo Argan.

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